Ara sa terra, massaju, ca est ora de arare...



lunedì 31 dicembre 2012

Rajasthan


A viaggiare tra i villagi del Rajasthan si ha l' impressione che il tempo si sia fermato e il ritmo della vita sia rimasto fermo a secoli fa'. Si rimane colpiti dai colori, dalla grandezza dei forti e dei palazzi, dai silenzi dei templi nel mezzo degli altopiani desertici. Ma queste sono cose che in fondo e' ovvio notare e pure un viaggiatore distratto non potrebbe ignorare le stoffe colorate, i marmi intagliati, i profumi dei cibi speziati e le forme bizzarre di turbanti e baffi.
Ma piu' di tutto io sono rimasto colpito dalle donne del Rajasthan. Nelle zone rurali si vedono donne che lavano, donne che trasportano la legna, donne che vendono manufatti, donne che vanno al pozzo, donne che accudiscono i bambini, donne che lavorano i campi, donne che fanno da mangiare su fuochi di fortuna.
Ho visto di rado uomini nei campi, mentre i piccoli bar o negozi del te sono sempre pieni di maschi adulti che fumano, chiaccherano e pontificano sui passanti. Spesso si vedono uomini "al lavoro", mentre supervisionano seduti le donne lavorare. Le donne sono il fulcro di queste comunita' rurali dove una figlia femmina e' ancora vista come un disastro per la famiglia (per evitare aborti selettivi o infanticidio di figlie femmine, il governo paga ora circa duemila dollari per ogni neonata). Chissa' cosa potrebbe essere il Rajasthan e l' India intera se tutta questa energia produttiva fosse incanalata, se le donne del villaggio potessero studiare, se avessero il tempo di occuparsi di attivita' diverse dal raccogliere la legna e trasportare l' acqua.

Il Rajasthan e' comunque un posto unico, dove tutti i cliche' sull' India -le tigri, i Maharaja, i turbanti, il deserto e i palazzi dorati- si fanno reali ed e' impossibile rimanere indifferenti.

Lascio il link di alcune foto del viaggio, nella speranza che a qualcuno in Italia venga voglia di venire a trovarci.

sabato 22 settembre 2012

Fidarsi del prossimo

 

Posso passare intere giornate nei mercati all' aperto senza acquistare niente e senza annoiarmi. Trovo rilassante ammirare i colori, la bellezza geometrica dei cumuli di frutta, annusare nell' aria i fiori freschi e sentire i richiami provenire da dietro i banconi.
Ogni tanto pero' finisco pure per comprare piccoli oggetti di cui ignoro l' utilizzo, per il solo piacere della contrattazione e per onorare  cosi le superiori doti persuasive del commerciante: bustine di polveri colorate, una giara di terraccotta sbilenca, spezie che temo ad usare e ingerire. Sto li che cammino e senza accorgemene mi trovo a fissare i prodotti sul bancone, poi inizio a dire al venditore chi sono, da dove vengo, e cado infine nella sua trappola.


"ahhh Italia, Gianna Nannini, Italiani grandi fumatori di hashish..." mi dice ridendo uno dei venditori del mercato di Mysore. Non so se essere piu' stupito perche' conosce la cantante toscana o per la sua ammirazione delle doti Italiche. Mi informa che lui ha pure un CD della stessa, che fumare e' legale a Mysore (falso) e che lui gestisce una fumeria (o coffee shop, se siete giovani) insieme a suo cugino. Nella sua classifica dei fumatori, mi spiega che gli Italiani sono secondi solo agli Israeliani, i quali si capisce hanno bisogno di rilassarsi dopo tre anni di leva.
Vuole portarmi da suo cugino  e mi offre anche l' ascolto del CD di musica Italiana. Tutto questo solo per il Karma, mica per denaro! A quel punto non so se essere piu' spaventato dal dovere ascoltare Gianna Nannini, dall' offerta di andare a trovare suo cugino o dal fatto che dopo vari decenni sia stato finalmente approcciato dal temuto sconosciuto che offre la droga (meglio tardi che mai gli insegnamenti degli adulti tornano utili).
Di fronte al nostro educato rifiuto, lascia il bancone in cui si trovava e inizia a seguirci, offrendoci questa volta di condurci da un' anziana che fabbrica incenso. Nonostante l' invadenza, il personaggio e' simpatico e si sforza di inserire nel discorso parole in Italiano e tutti le sue conoscenze sulla California e gli USA . Divincolarsi e' quasi impossibile e cosi' decidiamo di seguirlo nel dedalo del mercato, tra strade strette, cumuli di spazzatura e folla urlante. Arriviamo alla fine in un rione vuoto e lui indica una piccola porta, facendoci segno di entrare. Io sono teso, mi aspetto di essere circondato e mi immagino scene di iperviolenza in stile Bolliwood, in cui io mi difendo da schiere di spacciatori con il macete. Mi sporgo invece all' interno, diffidente, e in effetti ci sono due signore anziane che preparano bastoncini di incenso ad una velocita' incredibile. Il posto sembra sicuro e quasi senza volerlo ci troviamo in un divano, ci portano il te e ci chiedono di aspettare. Chi, cosa?

Scaffali con pozioni varie, foto, trofei di bodybulding e iscrizione del Corano campeggiano sui muri della piccola stanza. Dopo poco arriva finalmente il nostro ospite. Mr. Syed. Ex bodbuldier professionista (pare sia stato Mr.  India nei primi anni ottanta e uno dei primi bodybuilder in India), ex calciatore, cintura nera di Karate ed al momento depositario della conoscienza di erbe e rimedi naturali che la sua famiglia si tramanda da generazioni.


Mr. Syed si rivela un venditore esperto e un ospite affabile. Per piu' di un' ora ci spiega virtu' medicinali di varie piante, come fare l' estrazione, come preparare tonici rinvigorenti, dimagranti, purificanti. Apre una ventina di boccette e ogni volta ci fa provare un olio o essenza diversa. Ha speso gli ultimi dieci anni cercando rimedi per varia malattie, dalla caduta dei capelli al cancro.  Non ha la presunzione di un santone olistico e confessa che per molte patologie non c'e' rimedio che possa venire dalla piante ma al piu' sollievo.
Parliamo dell' India, di bodybuiling, di Arnold Schwarzenegger e della California. Non abbiamo molto contante, ma decidiamo di spenderlo comprando un paio di essenze. All' uscita mi aspetta la mia guida che ringrazio per averci portato li. Il mio naturale senso di diffidenza per il prossimo ci avrebbe privato di questo piacevole incontro. Torniamo a piedi al centro citta', questa volta meno teso e con una raro senso di ottimismo, svanito il giorno dopo nel traffico di Bangalore.



Nota: Secondo il Word Drug Report del 2012, gli Italiani non sono secondi, ma primi per consumo di prodotti della cannabis. Un estratto del report e' apparso su The Economist.

lunedì 3 settembre 2012

Intrusi urbani

    Su una panchina, si ammazza il tempo e si
possono pure incontrare visi nuovi ....
                        

Mi sento osservato. Mi guardo intorno ma la terrazza del ristorante e' quasi vuota. Gli unici clienti sono seduti su uno dei tavoli al mio fianco e consumano la loro colazione in silenzio, senza badare a nessuno. Eppure continuo ad avere la sensazione di avere degli occhi puntati addosso, che qualcuno mi stia spiando. Penso tra me che sia  forse uno dei primi segni di demenza, che dovrei dormire di piu' o leggere meno romanzi noir.
Alzo lo sguardo verso il cielo ed invece eccola. Sta su uno dei balconi dei palazzi intorno e mi fissa. Per un attimo penso che stia solo osservando distratta i clienti di sotto e invece no. Mi alzo dal tavolo per chiedere un cucchiaio pulito e mi accorgo che mi segue con lo sguardo. Cosa vuole? Perche' proprio me?
Faccio finta di non averla notata e continuo a bere il mio caffe', ma lei sta sempre li sul terrazzo del secondo piano e mi fissa. Non e' certo giovane, ma nemmeno vecchia... di mezz' eta' direi. Cosa ci faccia nel terrazzo e' un mistero.
Poi tutto succede veloce, in pochi secondi. Altre due come lei compaiono sul tetto di uno dei palazzi di fronte. Lei urla e si getta dal terrazzo. La vedo volare e atterrare agile sul mio tavolo a fianco. Afferra la bottiglia di sciroppo zuccherato e va via veloce. Le altre scimmie gridano mentre il cameriere fa appena in tempo ad accorgesene e invano corre brandendo un bastone. Lei torna sul terrazzo e inizia a bere la preziosa bevanda. Capisco cosi' che era lo zucchero sul mio tavolo il vero oggetto di tanto fissare.

Ho vissuto in citta' invase da piccioni, altre avvolte da zanzare, altre ancora dominate da scoiattoli, ma non avrei mai pensato di dovermi guardare dalle scimmie. Si muovono nell' ambiente urbano a loro agio. Aspettano l' occasione per rubare il cibo, altre volte stanno invece accovacciate in modo educato al bordo della strada o sedute su una panchina del parco. Sperano magari nella buona sorte o che qualcuno allunghi qualcosa. L' altro giorno al mercato all' aperto ne ho vista una che aspettava il passaggio del bus per poi attraversare civilmente la strada. Mi mette allegria vederle in mezzo al cemento. Mi ricordano che per quanto ci si ostini a spingere la natura fuori dalla citta', lei rimane e di risposta fa pressione, trova varchi e magari un giorno riuscira' pure a riprendersi gli spazi persi...




domenica 12 agosto 2012

La ragazza Americana

                         Bambini al parco di Lal Baugh. Mi hanno chiestodi scattarli una foto e prima o poi 
                               dovro' tornare con una stampa...



I bambini della scolaresca attendono in fila per due all' entrata del tempio. Avranno forse sei, sette anni e sono vestiti con una divisa rossa e blu. I bambini portano una cravatta un po' fuori misura che arriva quasi alle  ginocchia, le bambine una gonna a pieghe. Gli passiamo accanto e d' improvviso uno dei bambini si stacca dalla fila e inizia a urlare "una ragazza Americana, una ragazza Americana"... cosi quella scolaresca che pochi secondi prima era composta e ordinata, si trasforma in un branco di mini adolescenti precoci, eccitati e festanti. Le bambine invece sono rimaste in silenzio e, con mio grande disappunto, non si sono messe a urlare "un ragazzo Italiano, un ragazzo Italiano....". Diciamo infatti che io passo di solito inosservato tra la folla, scambiato magari per appartente a qualche gruppo del variagato mondo Islamico. Non pensano nemmeno che io sia Italiano (spiegare la differenza tra Sardo e Italiano sarebbe troppo), perche' gli Italiani -mi dicono- amano la moda e hanno belle macchine, facendomi capire quindi che il mio guardaroba non li ha impressionati e neppure la mia auto. E poi in fondo gli Italiani che cosa avrebbero da insegnare in questo posto?

Mentre attendevo con pazienza (molto indiana) il mio turno all' ufficio immigrazione, mi sono trovato a fare paragoni, confrontando questa realta' con altre a me familiari. "Ahh ma come da noi qui non si trova..." e' l' esercizio preferito di molti turisti e viaggiatori che finiscono cosi nella trappola del giudizio comparato e si negano spesso la bellezza della scoperta del diverso e inusuale. Confrontare pero' e' naturale e ogni tanto pure salutare. Usare la California come misura sarebbe stato pero' un esercizio inutile, buono solo per farsi venire l' ulcera e diventare nervosi.  La "giornata lineare"  negli Stati Uniti, dove l' imprevisto e' l' eccezione, qui non esite.  Uno degli ingredienti per un vita sana a Bangalore e' cosi non avere troppe aspettative e uscire di casa ogni giorno con l' idea che qualcosa di inatteso sara' dietro l' angolo mentre la pianificazione con settimane di anticipo qui non funziona.
Se penso invece all' Italia, le differenze sono solo nell' ordine di grandezza delle cose ma non nella loro intima natura. Come se per scherzo qualcuno avesse voluto amplificare molti lati dell' italianita', nel bene e nel male, per un fattore cento o mille, regalando pero' in compenso una dosa immensa di pazienza e tolleranza. La lista che ho compilato nel tempo dell' attesa sarebbe potuta essere piu' lunga, ma per mia (e vostra) fortuna il paffuto omino allo sportello dell' immigrazione ha chiamato il mio numero e io non ho avuto altra ispirazione e tempo per ampliarla. Sono certo che nei quattro anni a venire trovero' altre occasioni per farlo.

Traffico. Di base non ci sono regole. Vince il piu' furbo, chi guida la macchina piu' grossa o chi e' pronto a rischiare tutto. Il parcheggio selvaggio in doppia fila e' la norma. Negli ingorghi  gli automobilisti non si adirano mai e nemmeo urlano. Suonano il clacson in continuazione, ma lo fanno senza quel carico aggressivo, tipico di altri luoghi. A volte suonano pure il clacson quando la strada e' vuota (molto di rado...), forse per sentirsi meno soli.
Il pedone non ha diritti, e' un intralcio per le auto.  E' conveniente non attraversare e farlo solo quando una massa critica di pedoni e' pronta a farlo (tu chiamali se vuoi scudi umani). Il verde e il rosso al semaforo sono categorie dalle mille sfumaturi, soggette al gusto di chi guida.

Cibo. Il cibo e' sacro. C'e' da mangiare ovunque, dolce o salato. Ai bordi della strada in carretti sgangherati o in raffinati ristoranti. Si puo' trovare sempre qualche cosa di aperto, purche' si sia disposti a rischiare un po' sul fronte intestinale.  Ogni regione ha innumerevoli varianti dello stesso piatto, con nomi diversi e sottili cambi negli ingredienti. I miei colleghi discutono con furore mentre mangiano a quattro ganasce, dibattendo su quale sia la versione "vera" di pietanze che a me sembrano identiche, su quale sia l' olio migliore per la frittura, elogiando infine la preparazione della loro nonna o mamma (mi suona molto familiare).
E in questa cultura in cui tanto importante e' il mangiare in tanti muoiono di fame.

Burocrazia. Paffuti e panciuti impiegati guardano da dietro lo sportello, inclinando la testa per fissare meglio sopra il occhiali da presbiti. Ci impiegano dieci minuti per leggere mezza pagina e infine passano la pratica allo sportello affianco, in cui voi dovrete rifare la fila. Un sistema Bizantino di regole permette cosi' di sfuggire alle stesse.

Fare la coda. Se non dite niente e aspettate pazienti, potrete morire aspettando mentre tutti vi saranno passati davanti. Saltare la coda e' un diritto inalienabile.

Trasporti pubblici. Ai tempi delle medie, gli autobus dell' Arst sulla linea Sorso-La Marina erano meno affollati. I poveri pendolari devono dare l' assalto al bus che puo' arrivare seguendo le onde di traffico. I taxi e i rickshaw sono il mezzo consigliato, previa contrattazione selvaggia del prezzo (il tassametro e' li a prendere polvere). Se capiscono che non siete del posto la tariffa verra' ampiamente maggiorata. Opponete resistenza e fate finta di sapere la strada. Abbasserano un po' il prezzo pur continuando a raggirarvi, ma almeno vi sentirete soddisfatti. Ogni volta che prendo il taxi da Milano Linate a Milano centrale mi succede la stessa cosa, ma almeno qui pago in rupie.

Sconti e saldi. Lo sconto va sempre chiesto, anche se il risparmio sara' minimo o irrisorio. La tecnica varia a seconda se si tratti di un vero negozio con il cartellino del prezzo o un emporio con merce esposta ma senza un listino chiaro.
Come per i trasporti, la provenienza geografica fissera'  quanto dovrete sborsare.


Arte di arrangiarsi.  Dote dei piu' che vivono in questa citta' e che, nonostante tutto, riescono a farcela e pure a prosperare... Una specie di inno all' ottimismo che mi ricorda che in fondo, per quanto dura possa essere stata la mia giornata, c'e' gente a cui e' andata peggio...

domenica 22 luglio 2012

Dispaccio numero uno




video


E' passata una settimana dall' arrivo a Bangalore e il tempo trascorso non e' stato sufficiente ad elaborare in qualche forma il carico di immagini e sensazioni degli ultimi giorni. Mi sembra di avere trascorso un mese o piu' in questa citta'. La vita in California, gli spazi aperti dell' Ovest degli Stati Uniti, le scatole di cartone pronte per il trasloco, Portland e le sue bici,  Dubai sotto una tempesta di sabbia... le immagini di sei mesi si impastano insieme come se l' eccesso di stimoli avesse mandato in tilt la mia memoria a breve termine. In questi giorni  pure attraversare la strada mi genera a volte un senso di sconforto, altre volte invece navigo spinto da un forte entusiasmo e allegria per essere immerso in questo caos ed essere circondato da persone sempre gentili e disponibili.
Non ho trovato le energie necessarie per scrivere di questa fase iniziale della vita in India, cosi' ho provato a fare un piccolo filmato con il telefono, giusto per dare un' idea di che cosa sia la citta'. Domenica mattina abbiamo deciso di prendere un rickshaw e farci portare dall' altra parte della citta', nella speranza di capire meglio dove fossimo finiti. Con nostra meraviglia siamo alla fine arrivati in un parco con alberi di loto e scimmie e siamo pure riusciti a mangiare in un ristorante al bordo della strada, senza morire di dissenteria!
Non ho fatto nessun editing e i due minuti di immagini mosse (e forse un po' noiose) potete prenderle come un' elogio dell' entropia, della capacita' di adattarsi ai cambi della vita e soprattuto inno all' Ape a tre ruote, vero orgoglio nel mondo del design Itagliano!

sabato 14 luglio 2012

Domenica al velodromo




Una Domenica mattina al velodromo, a fare qualche foto per un amico che gareggia ai campionati dell' Oregon di ciclismo su pista. La pista e' in cemento, costruita all' interno di un caseificio che, per ragioni oscure, ha voluto donare il velodromo alla citta'.  Ci sono atleti di tutte le eta', persino un paio di gentiluomi oltre i sessanta anni, a spingere e sudare insieme a ventenni coperti di tatuaggi e orecchini.
Il prato all' interno dell' anello e coperto da ombrelloni e l' aria e' riempita dal rumore dei rulli per il riscaldamento, dal ronzio delle ruote che accellerano sulla pista e dai rintocchi della campana che segnala l' ultimo giro.
Non ho mai pedalato su pista e solo da poco ho capito le regole della competizione. Andare a quarantacinque chilometri all' ora su una pista inclinata a quarantatre gradi mi sembra un buon modo per perdere i denti. Eppure  provo subito un senso di comunanza e rispetto per tutti quegli atleti, senza sapere nemmeno il perche'. Mi accorgo che il mio battito cardiaco aumenta all' improvviso quando i ciclisti entrano insieme in curva, si sfiorano e poi spingono per lo sprint finale. Applaudo e faccio il tifo per persone che non mai visto in vita mia e mi esalto quando due atleti si gettano sulla linea d' arrivo al filo, dopo avere dato tutto fino all' ultimo.
Tornato a casa, mentre scelgo le foto e ripenso alla mattinata trascorsa, capisco finalmente il perche' di tutto qull' entusiasmo e passione, di solito da me riservata per altro. La pista, le ruote, gli sprint finali  sono solo la parte parte superficiale dello sport. Nella fatica, nella competizione, nel rischio delle cadute e scontri in velocita' ho visto in realta' un distillato del bushido, "La Via del Guerriero", il codice morale dei samurai,  nella loro ricerca di onore, rettidutine, corraggio e rispetto.
Solo cosi posso spiegare come il mio amico Tim, a quantadue anni e nove ore di turni quotidiani al tornio da falegname, riesca a svegliarsi ogni giorno alle cinque del mattino per allenarsi. O  come molti atleti, pur senza assicurazione medica (siamo in America, mica nell' Europa del Socialismo!) siamo disposti a rischiare una caduta e le spese dell' ospedale, pur di competere al massimo e al meglio. Nei pochi secondi di un giro di pista ci sono condensati anni di sacrifici e sogni che riempiono spesso vite "normali". E io credo che in fondo siano i sogni e la passioni pure improbabili a matenerci vivi e a rendere il mondo un posto piu' ricco e migliore.

martedì 5 giugno 2012

Eastern Oregon

Falco Pellegrino. Padrone dei cieli sugli altopiani desertici.

Cascades Range, Three Sisters.
Painted Hills. Cio' che resta di una eruzione vulcanica

Shaniko, citta' ormai fantasma sulla strada che porta ad Est.

sabato 19 maggio 2012

Smith Rock. Ovvero di appuntamenti al buio, di forum on line e del sacro fuoco che consuma.



"Mi chiamo Leonardo e non arrampico da una settimana". Gli altri uomini seduti in cerchio si alzano in piedi dalle loro sedie pieghevoli, applaudono e vengono ad abbracciarmi.  La stanza e' vuota, eccetto per un poster sgualcito che proclama " La montagna si puo' vivere in tanti modi" e mostra tre uomini e tre donne che mangiano la loro merenda su un prato alpino, alla base di una parete verticale. La seduta degli Arrampicatori Anonimi e' iniziata da qualche minuto, con il rito delle presentazioni e io mi sento gia' terribilmente a disagio. Mi guardo intorno, fisso le nocche callose delle mani degli altri "anonimi", dondolo un po' sulla sedia, stiro le gambe, la sedia si sbilancia indietro e sto per cadere  quando invece mi risveglio di soprassalto... era solo un sogno o incubo. Non ci sono
Arrampicatori Anomini, non c'e' nessuna stanza vuota ne gruppo di supporto, sono solo io nella mia tenda, satura di condensa e di odore di scarpette, nel pianoro ai margini del parco di Smith Rock. 

Anche senza gruppo di supporto, ogni tanto dico a me stesso che e' possibile vivere felici senza arrampicare.  Mi ripeto che milioni di persone vivono serene esistenze senza mai toccare roccia, mi autoflagello ricordandomi che in fondo io non sono un arrampicatore forte e quindi tanto vale smettere. Ma niente. Il sacro fuoco rimane li, sempre acceso, nonostante vari tentativi di tenerlo a bada o fare finta che non emani vita e calore. Ogni tanto riesco ad anestetizzarmi con la corsa e con la bici, ma e' un po' come curare una dipendenza con una di diverso tipo. Perche', piu che il gesto atletico, so bene che e' il desiderio della scoperta di posti nuovi a tenere acceso il fuoco. Cosi' giorni fa, in preda ad astinenza, mi sono ritrovato a cercare un compagno nella temuta sezione di un forum di montagna dedicata ai disperati in cerca di qualcuno con cui arrampicare. Temuta perche'  sui forum non sai mai chi sia la persona che risponde ne quanto possa essere affidabile. E' un po' come cercare l' amore su un sito di incontri e avere un incontro al buio con una sconosciuta.

Giorni fa avevo gia' usato la tecnica del biglietto in palestra (trovando un compagno per una gita di un giorno) ed ero ormai pronto a provare la tecnica dell' agguato al parcheggio (gia' descritta in un altro post).  Un arrampicatore (che chiamero' AS), aveva negli anni raffinato la tecnica dell' agguato, piombando all' improvviso su sconosciuti e costringendoli con l' inganno e il raggiro a fargli sicura. Privo di macchina, AS negli anni della adolescenza, era in grado di andare a piedi alla Muraglia ad Osilo, e poi ottenere una sicura praticamente da chiunque fosse in grado di muovere le mani. Speravo quindi di potere usare il sapere trasmesso da AS anche nel mio caso. Smith Rock era nella lista dei posti in cui avrei voluto arrampicare ormai da anni e vista la distanza da Portland, non potevo perdere questa occasione. L' idea di guidare tre ore e poi aspettare che qualche anima pia si presentasse  non mi allettava per niente. Con pochi giorni in citta' non c'era nemmeno il tempo di creare una rete di contatti, cosi'  non restava che il forum come ultima spiaggia.

    AS era riuscito a piegare le sue doti di illustratore al
      servizio dell' arrampicata, catturando cosi' con l' inganno di
     sgargianti colori e segrete tecniche comunicative una schiera
 di "schiavi da sicura"

Cosi' mi do appuntamento con uno sconosciuto all' ingresso del parco per due giorni  a Smith Rock. Stretta di mano, pochi convenevoli e poi iniziamo ad annusarci a vicenda con qualche domanda casuale. Decidiamo di iniziare su qualcosa di facile e nell' aria e' palpabile la diffidenza iniziale. "Vuoi andare da primo?", "Non c'e' problema. Prima tu", "No, prima tu... figurati...".

Smith Rock e' il posto in cui gli Americani capirono forse per la prima volta che cosa fosse l' arrampicata sportiva.  Ci misero un po' di tempo a digerire il concetto e solo nel 1986  iniziarono a usare il trapano a batterie per aprire le vie. Merito soprattutto di alcune visite che un gruppo di arrampicatori francesi (Jean Baptiste Tribout tra tutti) fece verso la meta degli anni ottanta. I Francesi (usando un eufemismo) "spaccarono i culi" e saliro diverse vie, all' epoca tra le piu' dure  in Nord America. Gli arrampicatori locali capirono cosi' che era tempo di evolversi e iniziarono ad usare tecniche tipiche dell' arrampicata sportiva fino a quel momento sconosciute o derise (per esempio lasciare i rinvii piazziati per tentare una via dura, chiodare dall' alto).  In fondo poi la roccia a Smith Rock non e' certo il granito di Yosemite e ad una prima ricognizione gli amanti del granito o del calcare compatto potrebbero quasi inorridire. Si tratta infatti di roccia vulcanica (tufo per lo piu') con piccoli buchi e fessure dove piazzare protezioni puo' essere veramente difficile. Le prime vie aperte dal basso, con il pianta spit avevano distanze siderali tra due protezioni, proprio perche' piazzare uno spit a mano spesso era peggio del rischio di un volo lungo. Alcune vie sono state purtroppo richiodate con criteri moderni, ma molte mantengono la distanza originale tra le protezioni.

Guardo il primo spit, a circa otto metri da terra  e il dubbio morale mi tormenta: usare o no il bastone per mettere il primo rinvio (strumento noto anche come coniglio). Il mio compagno ne ha uno che si allunga fino a dieci metri e pare non abbia nessuna remora morale nell' usarlo.  Mi piego a tale orrore e giusto sotto lo spit mi accorgo che il passaggio duro e' prima della protezione e benedico cosi'  di avere messo da parte lo stile maschio di arrampicata... Nei due giorni a Smith Rock confesso di avere preso parecchie bastonate sui denti e solo alla fine ho iniziato a sentire la roccia nel modo giusto e a leggere le misteriose sequenze tra i buchi. Sarebbe stato meglio non volare, chiedere un resting in meno, salire qualche via in piu' al primo colpo.. ma in fondo penso che importa poco. Mentre guido verso Portland mi sento rilassato, risalgo con l' immaginazione le vie salite e mi ripeto che adesso posso non arrampicare almeno per un po'. Poi arrivo a casa e mi rimetto a cercare sul forum se ci sia qualcuno disponibile... giusto per curiosita' pero'...  





domenica 6 maggio 2012

Big Island

Qualche foto di un recente viaggio a Big Island, Hawaii. Situata nell' Oceano Pacifico, a sud del Tropico del Cancro, Big Island e' la piu' grande e meno popolata isola dell' arcipelago. La scarsita' della popolazione (dovuta alla combinazione di continue eruzioni vulcaniche e mancanza di posti di lavoro) ha preservato l' isola da cementificazioni selvagge ed ha permesso di mantenere intatti i suoi numerosi habitat. L' isola e' un piccolo mondo isolato nel mezzo del pacifico dove, in pochi chilometri, si passa da altopiani desertici, campi di lava, caldere vulcaniche e foreste tropicali. 
Negli anni trenta la canna da zucchero venne coltivata nell' isola, portando pero' subito ad un impoverimento dei suoli vulcanici e all' abbandono della coltivazione. La foresta tropicale si riprese subito lo spazio un tempo occupato dalle coltivazioni ed ora vaste porzioni dell' isola appaiono totalmente selvagge, anche al di fuori dei parchi naturali.
Oggi l' isola e i suoi abitanti si trovano pero' di fronte al solito dilemma: sviluppo o posti di lavoro? una soluzione sembra stare forse in forme di agricoltura sostenibile, che non impoveriscano il suolo e permettano il rispetto dell' ecosistema. Banane, mango, papaya crescono in modo spontaneo ai bordi delle strade e possono rappresentare il futuro dell' isola. La canna da zucchero e' stata in parte sostituita dal caffe', che rappresenta una preziosa risorsa per la gente del posto.
Le hawaii non sono solo spiagge per foto su riviste patinate, ma offrono una occasione unica per viaggiare nel tempo in mezzo a ecosistemi diversi e vedere un esempio su piccola scala di come grande sia la sfida di conciliare insieme la sopravvivenza del pianeta e una stile di vita un po' piu' confortevole di quello dei nostri antenati.

 

Link alla galleria fotografica
 

Akaka falls


                                        Dentro un condotto lavico spento. 
                                                 Questo tipo di caverne formate dal passagio
                                                 della lava vennero usate per secoli come abitazione
                                                 dalle prime popolazioni polinesiane che
                                                 colonizzarono l' isola.


Scritture rupestri nei campi di lava nel sud
dell' isola. Ne sono stati censiti 23000, di cui
17000 sono semplici buchi in cui le madri 
sotteravano il cordone ombelicale dei neonati 

 
Caldera vulcanica nel parco nazionale nel sud dell' 
isola. La zona e' molto attiva e recenti studi indicano 
che la lava provenga direttamante dal mantello.

Waipo Valley 

Campi di lava. A meta' della giornata il calore emanato e' quasi 
insopportabile. Il percorso dei campionati del mondo di Triathlon
 Iron Man passa nel mezzo di campi lavici come questo nei pressi
di Kona. Dopo avere corso per una decina di chilometri sullo stesso 
percorso, ho apprezzato ancora di piu' cosa significhi raggiungere 
il traguardo della prestigiosa competizione

domenica 8 aprile 2012

Primavera a Yosemite



Primavera non bussa, lei entra sicura
Come il fumo lei penetra in ogni fessura
ha le labbra di carne e i capelli di grano
che paura, che voglia che ti prenda per mano
che paura, che voglia che ti porti lontano 
(Un Chimico, F. de Andre' )

lunedì 2 aprile 2012

Verso Ovest



I miei sette lettori staranno fremendo nell'attesa di un nuovo post, ignari delle mie sorti dopo un lungo mese di silenzio mediatico. Ombresulmuro rimarra' in una fase dormiente nel prossimo futuro, perche' il tempo a disposizione non e' tanto e pure a scrivere post un po' banali vanno via energie preziose. Per quelli di voi che avranno la pazienza di aspettare, ci saranno fra poco storie,  volti, paesaggi e colori nuovi, a me pure totalmente sconosciuti.

Pensare di basare la decisione di un viaggio o peggio di una nuova migrazione su qualche lettura sembra essere cosa un po' avventata (o stupida).  Ma do pure la colpa di questa decisione di andare verso Ovest ( o Est, dipende da dove siete) a Salgari e al suo mondo immaginario. Salgari poveretto che mai ando' oltre l' Adriatico e che mori' nell' Aprile di 101 anni fa.  Quel mondo descritto nei suoi libri sara' nel frattempo cambiato, ammesso che fin dall' inizio la sua descrizione fosse fedele. Ma poco importa, visto che dopo cosi' tanto tempo quelle storie ancora instillano un invito al viaggio e alla scoperta.

In un vecchio cinema di paese, durante la proiezione della versione cinematografica dell' opera di Salgari, la leggenda vuole che il pubblico saltasse in piedi e acclamasse la vittoria di Sandokan contro la tigre, come se fosse in tempo reale. Quasi quaranta anni  dopo e coscienziose letture ambientaliste alle spalle, quello spezzone  continua a esaltarmi e mettermi di buon umore. Perche' penso al pubblico pagante nell vecchio cinema di paese e a come l' India potesse apparrire ai loro occhi. Con la stessa ignoranza e infantile fascinazione per le tigri e la giungla mi preparo al trasloco, anche se so che purtoppo la piccola pattadese portata dalla Sardegna non potra' competere con la scintillante scimitarra di Sandokan e Yanez. 




  



mercoledì 29 febbraio 2012

Fine dell' assedio





Il 29 Febbraio 1996 terminava il piu' lungo assedio dell' epoca moderna, l' assedio di Sarajevo. Le truppe Serbe tennero sotto controllo la citta' per cinque anni, bloccando l' arrivo di viveri, medicinali, gas, acqua ed elettricita'. La citta' piombo' in uno stato medievale e i suoi abitanti dovettero imparare subito a sopravvivere con poco o niente. Un tunnel sotterraneo nei pressi dell' areoporto era l' unico contatto con il resto del mondo. 10000 morti, 56000 feriti. Il collettivo di artisti FAMA creo' una semi ironica "guida Michelin" per sopravvivere all' assedio, che da un' idea di quanto gli abitanti di Sarajevo dovettero sopportare.
Ci vollero quattro anni, prima che le "potenze occidentali" si muovessero e liberassero la citta' dall' assedio bombardando le postazioni Serbe sulle colline circostanti. La resistenza degli abitanti di Sarajevo (Bosniaci, Croati, Serbi... si anche Serbi) rimane per me un esempio immenso di caparbieta', sacrificio e in qualche modo un inno alla vita.


Nel Luglio del 2005 pedalai da Trieste a Sarajevo, passando attraverso la Bosnia rurale. Arrivai a Sarajevo da Sud, percorrendo la strada che unisce la citta' con Monstar. Vivendo a Trieste avevo sempre sentito il vicino confine con la Slovenia come un richiamo affascinante. Si poteva pedalare pochi minuti e si entrava in un mondo diverso, per lingua, cucina, tradizioni. Sul Carso, mi capitava spesso di passare vicino alle vecchie postazioni dell'armata Jugoslava e ogni volta mi veniva da pensare alla guerra iniziata nel 1991 e a come un massacro di quelle dimensioni fosse potuto continuare per anni non lontano dal confine. Un giorno d'estate, senza molta pianificazione, presi la bici e decisi che arrivarci pedalando potesse essere un modo per tentare di capire cosa  fosse stato quel conflitto e quali fossero i segni lasciati, quando le televisioni vanno via e non sene parla piu'. I dieci anni trascorsi non avevo cancellato il passaggio delle truppe, la distruzione portata dalla guerra. I segni della violenza e della sua stupidita' rimanevano li, nei campanili e minareti sventrati, nei campi minati, nei villaggi vuoti al confine con la Croazia, nei silenzi spettrali di vallate ormai spopolate.

                                             Cupe Vampe, da Linea Gotica CSI.


Da Monstar la strada guadagna elevazione, si arriva in cima alle montagne che circondano la valle del fiume Miljacka e poi si scende fino ad arrivare in citta'. Arrivato a Sarajevo, onorai i chilometri fatti con una visita ad una pasticceria e poi decisi di andare a vedere subito cio' che  rimaneva della vecchia biblioteca. L' armata Serba la distrusse con bombe incendiare all' inizio dell' assedio e per giorni Sarajevo rimase coperta di cenere e pagine di libri e manoscritti bruciate. I cecchini spararono sui vigili del fuoco accorsi sul posto e cosi' non si salvo niente del patrimonio librario dei Bosniaci (alcuni vecchi manoscritti pare sfuggirono alla distruzione e vennero venduti al mercato nero in cambio di armi). Non fu certo il gesto piu' crudele in cinque anni di assedio, eppure resta come un simbolo di cio' che furono quegli anni. Ancora mi chiedo come si sarebbe potuto evitare, se quella storia abbia insegnato qualcosa, quali e quante siano le Sarajevo abbondanate nel mondo. So la risposta e mi imbarazzo per la stupidita' umana.


mercoledì 15 febbraio 2012

Cravatte e rivoluzione





La cravatta era il segno distintivo. Potevano calzare scarpe da ginnastica, indossare pantaloni con le pezze e giacche risalenti al primo dopoguerra, ma la cravatta doveva esserci. In questo senso erano piu' riconoscibili dei seguaci di Scientology, ma facilmente confondibili, almeno all' inizio, con i testimoni di Geova. Credo che la cravatta fosse il loro modo di distinguersi dallo sciame di grupposcoli, fazioni, sette che popolavano (e popolano tutt'ora credo) la galassia politico-ribelle-giovanilista.
Le prime volte ci cascai e non riuscii a schivarli in tempo. Preso da sfinimento, finii pure per comprare il giornale -Lotta Comunista- o meglio dare una donazione in cambio del giornale. Mi impegnai pure e tentai di leggerlo, ma non andai oltre la prima pagina. Per carita', qualcuno poi mi ha detto che le analisi proposte erano ben fatte e pure interessanti, ma io riuscii mai a vincere la barriera iniziale. Andrea e Felice -i miei conquilini di allora- mi iscrissero per scherzo ad un corso di Leninismo e diedero a mia insaputa il mio nome e numero di telefono ad una di loro. La ragazza chiamo' a casa chiedendo di me e io per un paio di secondi ebbi pure la fallace illusione che una donna sconosciuta mi cercasse per uscire, cosi' a gratis, senza sforzo...nonostante  gli ormoni liberi e impazzati da universitario del primo anno, io al corso non ci andai.

Insomma avrei dovuto essere ben preparato da tutte queste lezioni di vita vissuta e invece ieri mi hanno preso alla sconfidata (sprovvista in Italiano), mentre andavo a prendere un caffe'. Mi hanno circondato avvicinato in due, senza cravatta, uno con un giornale e l'altro con il libro, e non ho saputo bene come difendermi. Volevano vendermi un libro "Basics" e io all' inizio ho pensato che fosse sul linguaggio di programmazione e gli ho risposto -da vero nerd- che programmavo in C++, in fortran90 se va male. E invece non erano nerds che facevano propaganda per il vetusto linguaggio, ma erano Maoisti! E hanno iniziato a citarmi Mao e il glorioso passato rivoluzionario di tale Bob Avakian (dalle cui iniziale il titolo con un sottilissimo gioco di parole), unico leader maximo in grado di guidare la rivoluzione in USA. Siccome il giorno prima mi ero dovuto difendere da due che cercavamo di vendermi un libro su un santone, ho pensato che fossero gli stessi ma travestiti. E in effetti in quanto a culto della personalita' i due rivoluzionari ci andavano forte, che quasi mi sono sentito in colpa per averli scambiati per due di Lotta Comunista in trasferta (ho poi scoperto che il culto della personalita' pare essere uno dei punti forti del pensiero di tale BA). Per circa trenta secondi ho mantenuto alta l'attenzione, poi il mio focus e' svanito e sono stato li a guardarli, senza ascoltare. Cercavo qualcosa di brillante da dire per sganciarmi, del tipo "Come mai non avete la cravatta?", ma invece li ho presi solo per sfinimento e imbarazzo. Dopo secondi di silenzio in cui non interagivo, sene sono andati. Non c'e' piu la caparbieta' Maoista di una volta.

lunedì 30 gennaio 2012

Viaggio a Bangalore

Ordinarie condizioni di traffico a Bangalore.

«Ma non ha visto che traffico c'è lì fuori?»
«Nun me ne parlate!»

Chiudo gli occhi per un secondo e l' immagine che mi appare e' quella di un grande formicaio. Un fiume di corpi e cose che si toccano, interagiscono, allontanano. Una forma ordinata di confusione, un flusso continuo in cui una rottura, un' instabilita' sembra immininente e invece poi tutto continua a muoversi. Camion contro ape car, pedoni contro auto, bici contro tutti. Palazzi di acciaio e vetro cercano di rubare il cielo a case di mattoni tirate su a forza di secchi di cemento portati sulla testa. In ogni direzione lo sguardo trova qualcosa che viene abbattuta, costruita, spostata apparentemente senza un disegno. Come se tre, quattro citta' avessero deciso di crescere sullo stesso posto, come colonie di funghi a lottare per lo stesso tronco.
Il taxi su cui viaggio e' come una macchina del tempo che vada a singhiozzo: dal finestrino lampi di modernita' si alternano a scenari di altre epoche e civilta'.
Fa caldo e il mio abito invernale non e' adatto allo stagione. Faccio fatica a processare la realta' che mi circonda, la mente e il corpo stanchi da trenta ore di viaggio. Ogni spazio intorno all' auto e' colmato all' istante da moto, persone, altre auto. Guardo catatonico dal finestrino finche' l' apparire di una mucca mi ricorda dove sono e mi infonde un senso di allegria un po' idiota. "Una mucca! una mucca!" mi ripeto. Il mio autista deve avere percepito il senso di eccitazione e divertito abbassa il finestrino per rubare al volo una foto storta e fuori fuoco.

India quindi. E' impossibile non accorgersi subito delle contraddizioni di una citta' -Bangalore- a meta' tra modernita' e passato. L' India come luogo di opposti estremi e di stridori e' spesso l' immagine stereotipata usata per descrivere una nazione vasta come un continente, seconda al mondo per numero di abitanti. Pero', pure a volere viaggiare con animo libero da preconcetti, e'  impossibile non accorgersi del ribollire di forze ed energie, della trasformazione in corso, del movimento continuo della citta', dove stanno innestati insieme secoli di storia e immagini di futuri possibili. Il PIL' dell' India cresce al ritmo del 7% l' anno, ma non so bene se la crescita sia sempre nella direzione giusta. Stime ufficiali parlano per esempio del 70% delle acque di superificie inquinate e di una fetta sostanziale della popolazione sottonutrita.
L' immagine di questa grande trasformazione in corso e' per me quella di una grande cartello pubblicitario visto in una delle vie di negozi e traffico. Un uomo e una donna dai fisici scultorei campeggiano al centro di una pubblicita' per liposuzione e chirurgia estetica. Sotto il cartello due bambini (invero piuttosto magri) stanno seduti in mezzo allo sporco e si dividono un piatto di lenticchie e riso, incuranti di tutto il resto.

Sto qui cosi in mezzo al traffico, in ritardo ormai per la mia riunione, nonostante l' ora di anticipo con cui sono voluto partire. Mi agito nel sedile, chiedo all' autista se puo' fare in fretta e lui sorride facendo oscillare la testa. A quel punto mi sento un completo idiota per aver fatto la domanda. Mi sembra di essere il milanese Cazzaniga nel film "Cosi' parlo' Bellavista" intrappolato nel traffico di Napoli... sorrido a questo pensiero, mi rilasso sul sedile e aspetto. In fondo il caos che mi circonda ha qualcosa di rigenerante che rimette a posto la mia visione del mondo, la percezione della storia e di cio' che chiamiamo progresso. A leggere i giornali in US o in Europa c'e' il rischio di convincersi di essere al centro di uno spettacolo in cui il resto del mondo e' un attore periferico, quasi una comparsa.  I rantoli di un membro del Tea Party diventano oggetto di speculazione per giorni. Si da peso ai dettagli e dichiarazioni di presunti leader, come se avessero una qualche presa sul corso degli eventi, come se contassero qualcosa.  Piccoli fastidi della vita quotiana sono esagerati e finiscono per riempire inutilmente la testa.... poi ripenso a Bangalore e al suo caos e sto gia' subito meglio.


   

martedì 24 gennaio 2012

Inchiostro

  Mentre andavo a fare la spesa mi sono fermato
nel negozio sbagliato.

Il primo me lo feci a Sassari, negli anni Novanta, in uno studio che mi dicono non esista piu'. Senza molte pretese lo scelsi da un catalogo in mostra sul bancone. Per essere una cosa che dura tutta la vita non ci misi nemmeno tanto tempo a sceglierlo, consigliato nell' operazione dal fedele Ottavio, da me  eletto in quegli anni all' arduo incarico di mentore su stile ed essere "cool" in genere. I soldi meli diede nonna Giovanna, piuttosto felice all' idea di regalarmi qualcosa che avrebbe fatto una cosi lunga durata. Un po' meno entusiasta  fu mia madre, che fini per non parlarmi per diversi giorni. Credo fosse piu'  per l' idea di essere stata scavalcata nella catena di comando, che non per la cosa in se. Rimane uno di quelli a cui sono piu' affezionato. Uno e basta, dissi a me stesso. Ma gia uscito dallo studio sapevo bene di mentire. Cosi' negli anni a seguire  ne vennero altri. Alcuni fatti con una idea in testa ed eseguiti da mani esperte (la maschera fatta da Zuma a Milano tutt'ora riceve complimenti), altri frutto di un desiderio estemporaneo e impulsivo. In un pomeriggio infernale di afa e caldo nel piatto Illinois, passai di fronte ad uno studio e dopo un'ora mi trovai come per magia sulla poltrona girevole, mentre omoni in camicia di flanella a quadri tentavano di decifrare il mio accento... sara' stato forse per quello che il lavoro non fu granche' e dovetti investire poi un bel capitale per trasformare quell' opera in una mezza manica in stile giapponese (capisco ora le parole di  Matteo che parlava di un grande progetto sulla schiena come di un dazio).  Da dove venga questa strana attrazione per l' inchiostro e' un fatto misterioso, tutt'ora per me inspiegabile. Mi consola un po'  sapere che sulla mummia trovata nelle Alpi siano stati scoperti numerosi segni sulla pelle, linee e punti. Non e' chiaro se siano il risultato di operazioni mediche, ma a me piace pensare ai primi uomini che si dilettano a coprirsi di "tribali".
Una delle cose che piu' mi affascina e' senza dubbio l' atmosfera di ogni studio. Quando ho qualche minuto libero sulla via del supermercato, mi piace fermarmi da George Hernandez (in alto nella foto) a qualche isolato da casa. Mi piace stare seduto e sentire il ronzio della macchinetta, sfogliare gli abum con le flash card, discutere del prezzo di pezzi di antiquariato degli anni cinquanta che circolano abbondanti tra un cliente ed un altro, ascoltare le storie di clienti e passanti. Una volta una guardia carceraria si mise a raccontare di una rissa in prigione finita con un morto e, mentre si faceva tatuare la madonna di Guadalupe sul petto, mostrava divertito sul suo Iphone le foto del poveretto trafitto come San Sebastiano....insomma un' umanita' varia, mai banale. 
E' pur vero che alcuni posti non rendono onore ad un arte cosi' antica, ad una tradizione millenaria dai molteplici legami con varie forme espressive. Pero' di fronte alle opere di un artista vero, credo sia molto difficile resistere alla tentazione di  comprarne una. Se avete voglia di conoscere alcuni degli artisti di spicco negli Stati Uniti (e nel mondo), vi consiglio di guardare la serie TV  "Tattoo age" (facilmente reperibile su youtube). Le biografie artistiche di Dan Santoro, Freddy Corbin, Grime, Troy Denning e Mike Rubendal sono presentate in puntate da tre episodi ciascuna (se avete fretta guardate almeno Grime e Corbin!). Concluso il primo episodio so gia' che prenderete il telefono per prenotare ansiosi la prossima seduta dal vostro tatuatore di fiducia...

   Spezzone extra: Freddy Corbin tatua gratis
   in India i giovani del posto



   

martedì 3 gennaio 2012

Perso in Giappone




Autunno. Mi dicono che sia la stagione migliore 
per visitare Kyoto. Io ci credo.

 Il problema di vivere in un paese anglofono e' che poi finisci per convincerti che tutti debbano e sappiano parlare inglese. Quando cosi' mi sono ritrovato alle nove di sera alla stazione di Kyoto, disperso in mezzo ad una folla ovviamente non anglofona e senza nessuna carta di credito funzionante, ho capito che avevo fatto qualche errore nell' organizzare o meglio nel non organizzare per niente il mio viaggio in Giappone. A pensarci ora la cosa non ha alcun senso, visto che fin da piccolo il Giappone ha esercitato un fascino unico sulla mia immaginazione. Avrei dovuto avere tutto pronto, una guida in tasca, denaro nel portafoglio, un piano di attacco turistico nei minimi dettagli... E invece l' unica cosa che mi ritrovo e' una pagina da google map con vaghe indicazioni di come arrivare all' hotel. Peccato che la stampa sia illegibile e le dimensione della cartina troppo piccole per decifrare gli ideogrammi. Il mio aspetto poi non deve essere dei piu' rassicuranti -barba lunga nera e capelli rasati- visto che nessuno dei miei tentativi di fermare i passanti sta producendo alcun risultato. Anzi mi stanno scansando in modo piuttosto evidente. Alla fine pero' a forza di girare intorno riesco a trovare la direzione giusta e dopo cieco e lungo girovagare a infilarmi nella porta dell' hotel.

Scopro cosi' che tutte le mie carte di credito sono bloccate e Visa ha un circuito diverso per il Giappone. Chiamo la mia banca, sblocco le carte ma non trovo nessun atm che accetti la mia carta. Poco male. Sono in Giappone, nella citta' dei Templi e con tutti questi giardini e simboli Zen intorno mica mi posso arrabbiare. Accetto passivamente e spendo cosi' un giorno e mezzo senza cibo, finche' l' insegna luminosa di una banca americana mi fa capire che il digiuno e' finito.



Al mercato, cerco di mimetizzarmi tra la
folla. Senza molto successo

Come per magia il flusso di passanti per strada  mi spinge verso il mercato del cibo di Nishiki, tra banchi di pesce, verdura, dolci. In modo casuale provo ogni cosa che sembri non contenere carne...decido che posso contravvenire alle mie regole e posso mangiare il pesce. Indico con il dito, sorrido al venditore e mangio moscardini con la testa ripiena di uovo, tempura di verdura, spiedini di pesce, pesce secco con mandorle, tofu strafritto, zuppa di te' verde e fagioli dolci.... quale modo migliorare per iniziare a conoscere la cucina di un posto? 
Il cibo e' stato senza dubbio l' esperienza piu' interessante del viaggio, per la varieta' dei sapori e forme, per la cura che viene profusa nella preparazione di ogni piatto. Per ben due sere ho goduto della immensa ospitalita' giapponese e sono stato invitato a cena in due ristoranti di extra lusso. Una cena lunga quasi tre ore, con innumerevoli portate mai viste prima, mentre io dopo gia' un' ora avevo le gambe addormentate dallo stare seduto per terra e al terzo giro di sake ero gia' cotto.

All' interno del tempio Higashi-Hoganjii. 
Al mattino presto nella grande sala all' interno
c'erano solo persone anziane. Mi sono sentito un po' fuori posto.

Mangiare a parte, forse dovrei scrivere della bellezza degli innumerevoli templi, delle contraddizione di una citta' che ha costruito orribili palazzoni (in uno stile molto italico) vicino al vecchio palazzo imperiale, dell' emozione di visitare il tempio di Sanjusagendo dove mori in duello il maestro Musashi, della bellezza dei giardini ancora rossi di autunno... vi lascio qualche foto scattata con una macchina di fortuna, nella speranza di tornare presto in terra d'oriente per avere altre storie e luoghi da raccontare.

Te' verde, gnocchi di farina bianca e fagioli azuki. Un dessert perfetto


Fontana e mestoli di bambu' per purificarsi prima della preghiera


Castello Nijo, residenza dello Shogun, ovvero il "generale" delle
forze imperiali  che
de facto controllo' il Giappone dal 1192 al 1867 



All' interno del palazzo imperiale. Un raro colore arancio 
di chiara influenza cinese.